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125. Chay pienghè? Desidera un tè?

Due mani manovrano un bicchiere facendo raffreddare il tè sul bancone di un ristorante per strada

«Chay pienghé?» Prende un tè? Domanda il negoziante mentre controlla gli sguardi avidi con cui il cliente passa in rassegna la mercanzia. E di nuovo «Chay pienghé?» propongono gli ospiti nel fare gli onori di casa. I venditori di chay sono a ogni angolo di strada, si fanno concorrenza a tutte le stazioni di autobus, treni e risciò. Alcuni, i più fortunati, hanno un vero e proprio negozietto in muratura o una piccola capannina in legno che li protegge dal maltempo, dove oltre al tè espongono un vasto assortimento di biscotti e snack salati. Poi ci sono i chayvallah ambulanti, i venditori di tè itineranti, che con un carretto di legno trainato a mano, si spostano per il quartiere o per il paese, seguendo le esigenze del mercato.

Dal chayvallah, il profumo del tè e delle spezie si mescola all'odore del cherosene che alimenta la fiamma del fornello, sempre accesa da mattina a sera. Due pentole in alluminio incrostate di foglie di tè e di latte si alternano sulla fiamma, mentre il venditore con mosse sicure e veloci, riempie i bicchierini allineati di fronte a lui, versando il chay da una certa distanza per raffreddarlo leggermente. I clienti rimangono pazientemente in attesa, fumando un biri – la tipica sigaretta indiana fatta di tabacco rollato in una foglia essiccata – e chiacchierando con gli altri avventori. Poi, finito di bere, si sciacquano le mani e la bocca e lasciano cadere le poche monete sul bancone. Il prezzo varia dalle dieci rupie nelle costose metropoli, alle due, tre rupie delle cittadine di periferia.
Come il prezzo, anche la ricetta può cambiare, mentre si percorre il paese da nord a sud. In generale il chay si prepara facendo bollire una miscela di latte, acqua e abbondante zucchero, cui si aggiunge una qualità economica e abbastanza forte di tè in polvere.
Questa ricetta può venire insaporita con alcune spezie come la radice di zenzero fresco e, qualche volta, semi di cardamomo. Molti conosceranno il masala chay, meno diffuso e più adatto ai periodi freddi perché arricchito da una miscela, un masala appunto, di varie spezie come la cannella, i chiodi di garofano, il pepe nero, l'anice stellato e poi gli immancabili cardamomo e zenzero. Molte di queste spezie hanno proprietà digestive, come lo zenzero e la cannella, o antinfluenzali come il pepe nero. Esistono poi regioni in cui la preparazione del chay è totalmente diversa, un esempio è il noonchay, il tè del Kashmir che ha la peculiarità di non essere zuccherato bensì salato.
Nonostante la sua straordinaria diffusione, non si hanno notizie certe che riguardino l'origine di questa usanza. Alcuni sostengono che il tè venisse già utilizzato come bevanda nell'antichità da alcune popolazioni tribali, mentre è sicuro che fosse conosciuto nella medicina ayurvedica per le sue proprietà curative. Eppure è difficile ricostruire la storia del chay nel periodo che precede la formazione della Compagnia delle Indie quando, sotto l'impulso degli inglesi, si cominciò a coltivare la pianta del tè, prima per l'esportazione in occidente e poi anche per il mercato locale. C'è chi sostiene che furono proprio gli inglesi a introdurre l’abitudine della pausa tè in tutta l'India per ragioni di mercato. È innegabile tuttavia che gli indiani abbiano saputo dar vita a una tradizione e a un modo del tutto peculiare di bere il tè, che da semplice gesto quotidiano è diventato un importante momento di aggregazione sociale.
 

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